24 ottobre – Partenza
La partenza è in ritardo dall’aeroporto di Treviso.
La gente è seduta, concentrata sui telefoni. Teste chine, schermi accesi.
Tra le panchine di legno dell’attesa regna il silenzio. Non è pace, è sospensione.
Arrivo a Cracovia. Riesco a prendere il treno per Przemyśl da Kraków Główny. È in ritardo, ma lo prendo.
Nello scompartimento di nuovo silenzio. Tutti assorti nei telefoni, negli stati di Instagram.
L’aria è pesante. Fortunatamente nessuno parla. Come diceva Mary.
Fuori scorrono case dai tetti spioventi. In periferia i giardini di proprietà sono stretti, lunghi quanto la casa, che si allungano nel verde. Una cosa ordinata, forse. Io non ne colgo il senso.
L’autunno è violento: alberi maestosi, gialli, rossi, degni di un derby allo stadio Olimpico.
Al tramonto escono e poi tornano nei campi. Caprioli nei campi rossi, si confondono con la terra.
Penso: se succede qualcosa ho cibo? Acqua? Nello zaino mi sono preparato tutto. Non si sa mai.
Due risate di bambini, poi subito messe a tacere. Non so se tutti i treni sono così.
Scendono tutti un po’ alla volta. Restiamo io, una ragazza e un signore. Tra loro parlano ucraino. Avrei potuto aiutare io con la borsa.
Sulla banchina vedo solo giovani ragazzi e ragazze. Penso che siano per la maggior parte ucraini.
Cerco di capire dove sia il binario di domani, ma vedo solo una recinzione. Credo che dovrò superarla, se ho capito bene il percorso tra Google Maps e Street View.
Arrivo in hotel, proprio di fronte alla stazione. Cammino veloce, come se fossi a Milano Centrale di notte. Poi realizzo che qui è inutile. Non c’è la delinquenza che c’è in Italia.
La receptionist è restia a parlare.
Mangio un panino, bevo acqua in hotel, poi esco per scoprire un po’ la città. Vorrei una birra e delle patate fritte. La gente è meno socievole di quanto mi aspettassi.
Da mangiare non me lo fanno. Mi accontento di una birra, anche se sono dentro l’orario di chiusura.
Vedo gente scazzata, stanca. Forse stanchi di essere una città di confine che ha dato tanto da quando la guerra è iniziata. Una stazione di confine dovrebbe accogliere.
Poi penso al treno della vergogna italiano, quello degli esuli istriani. Forse, come italiani, non abbiamo troppo da insegnare ai polacchi.
Capisco: non sei al confine con il Canton Ticino né con la Svizzera. Però pesa.
Domani devo affrontare la cosa che più mi preoccupa del viaggio: la coda alla frontiera.
Ho il treno alle 9:49. Penso di andare lì verso le 7:30. Per fortuna non piove.
Intanto leggo sull’app le notizie:
Polish police are taking steps to identify and detain those responsible for the illegal removal of the Ukrainian national flag from the building of the Honorary Consulate of Ukraine in Przemysl.
25 ottobre – Confine
La fila.
Il freddo.
I piedi.
Le urla che non ci sono.
C’è calca, ma è silenziosa. Sono tra i primi in fila.
Prima deve arrivare il treno e finire i controlli di chi scende. Solo dopo, all’orario in cui il treno avrebbe dovuto partire, iniziano a controllare i passaporti di chi va verso l’Ucraina.
Passano tre ore prima di attraversare i controlli polacchi.
Appena entro vedo la bandiera europea. Presento il passaporto. Mi sorridono. Passo.
I miei compagni di viaggio invece fanno controlli più approfonditi, anche biometrici.
Vedo tante persone vestite in tuta. Sarà anche comoda, ma per me fa freddo.
Questa moda va tanto anche in Italia tra i giovani, ma io, forse da boomer, la vedo come una caduta dello stile italiano.
Partiamo ovviamente in ritardo.
I controlli alla dogana ucraina sono diversi: vengono effettuati in treno. Salgono i militari. Silenzio. I bagni vengono chiusi.
Guardo fuori dal finestrino. Non ci sono aerei. Di sicuro non ci sono scie chimiche.
Vedo un cavallo seduto in un campo.
Paese in guerra.
Sembra in un limbo.
Arrivo alla stazione di Lviv. Vedo un treno in partenza per Kharkiv. Lo sento sempre in TV. Esiste davvero. E i treni arrivano, anche sotto le bombe.
La stazione mi colpisce: grandi navate in metallo. Mi ricorda Milano.
La folla sembra indietro nel tempo. Treni non nuovi, tanti treni notte.
Cammino veloce per la città. Incontro poche persone. Quasi tutte donne.
26 ottobre – L’acqua
Senza acqua.
Il mio esordio a Lviv è così.
È proprio quando manca l’acqua per farti la doccia o andare in bagno che ne percepisci l’importanza.
Riempiamo bottiglie e secchi da un distributore e torniamo in appartamento.
In Italia sono preoccupati. Chissà cosa pensano: che sono senza acqua per la guerra.
In realtà è un guasto all’acquedotto che ha colpito una parte della città.
Niente maranza per strada. Penso che qui li manderebbero al fronte.
Sono in un paese in guerra. Anche se sono lontano dal fronte, resta un paese in guerra.
Su certe cose è moderno: ogni appartamento riceve messaggi su problemi strutturali e logistici.
Le amiche di Mary mi chiedono se ho già avuto il “battesimo dell’allarme”. Mi suona macabro. Per loro è abitudine.
Vado al supermercato. Guardo pesci e prezzi, ma non capisco molto. Vedo carpe vive vendute dall’acquario.
Mary mi dice che prima sono andati i migliori: professori, poeti, quelli che ci credevano davvero. Prima sono andati i migliori.
Guardo le notizie sul telefono, le foto di Kiev, i palazzi distrutti.
Penso: perché dovrebbe toccare proprio al mio palazzo? E perché proprio al mio piano?
Preparo comunque lo zaino. Lo tengo vicino alla porta.
E se l’allarme suona mentre sono in bagno? Pensieri stupidi.
La sera vedo tanti giovani in giro. I migliori sono andati subito, poi hanno preso un po’ tutti. Ora selezionano. Inutile mandare chi dura 24 ore al fronte.
Nel cuore della notte arriva una notifica. Allarmi in un’altra regione.
Si vede che non sono ucraino. Dalla fisionomia. Nessuno qui usa occhiali con lenti transition.
Chiudo gli occhi. Lo zaino è lì, vicino alla porta.
27 ottobre – Il battesimo
Sono le 7:20.
Guardo una webcam di Treviso: lì è ancora buio. Qui il sole è già fuori. La luce è netta, non fa sconti.
Chiedo a Mary dove sia il rifugio, nel caso.
“Non lo so.”
La risposta è secca, normale. Mi spiazza più di una spiegazione lunga.
Camminiamo verso il centro, su una strada abbastanza trafficata.
Incrociamo un militare in divisa, visibilmente ubriaco, sorretto da un collega.
“Dura poco se va al fronte”, dice Mary. “Oppure c’è già stato.”
Molti tornano con traumi che non si vedono. Non solo fisici.
Entriamo in centro passando per una via stretta, poi si apre una piazza più ampia, piena di locali.
Entriamo al Tutti Lviv.
Lo riconosco subito.
Me lo ricordavo dalle foto che Mary mi aveva mandato su Instagram. Avevo salvato il profilo.
Più di una volta ci siamo scambiati foto di drink, di piatti, del locale.
Come dire ti penso.
Senza testo. Solo un contenuto. Senza interpretazione. O forse sì.
È l’evoluzione dello squillino con i primi cellulari, quando non esistevano le summer card.
Mary mi fa notare un’icona sul menu.
Significa: possono preparare anche se non c’è corrente.
“Scusa… in che senso?”
Arriva il primo allarme sull’app.
Dal tavolo vicino vedo che le ragazze guardano il telefono tutte insieme, nello stesso istante.
Poi arriva anche a me.
“Andrea, stai seduto e tranquillo.”
“Mary, e ora cosa si deve fare?”
“Niente. Continua a bere.”
“Ma cosa si fa adesso? Si esce?”
“No.”
Salta la luce.
Sento un filo di ansia salire. Non panico, ma qualcosa che stringe lo stomaco.
Le chiedo della bandiera rosso-nera che vedo spesso su TikTok, usata come simbolo della presunta nazificazione dell’Ucraina.
Mary mi risponde senza rabbia, come se fosse stanca di spiegare.
Il governo è democratico.
Zelensky è ebreo.
L’estrema destra non conta nulla in parlamento.
La propaganda russa amplifica casi marginali.
Azov è stato assorbito, depoliticizzato.
La storia è complessa, ma non è una scusa per raccontare bugie.
Torna la luce.
L’ansia se ne va.
Intanto ho finito lo spritz.
Una parola mi resta addosso più di tutte: resilienza.
Torniamo a casa a piedi. Entriamo in un discount, poi in un altro.
Supermercati pieni. Carrelli vuoti.
Chiudo gli occhi.
Penso che sono stato battezzato.
Il battesimo dell’allarme.
28 ottobre – Mutilati
Piove.
Guardo le news mentre fuori scende l’acqua.
Dormo tutta la notte senza svegliarmi. Da quando sono qui succede sempre.
Sono in pace. È surreale, ma è così.
Cammino per la città.
Mi accorgo che ci sono più farmacie che bar.
Ci fermiamo a prendere un croissant.
L’acqua viene offerta a ogni tavolo. Ha un buon sapore. L’acqua di Lviv mi piace.
Chiedo a Mary perché ci siano così tanti exchange se non c’è turismo.
Import dai paesi vicini. Polonia.
Camminiamo verso casa.
Una ragazza attraversa la strada. Anche l’altra corsia.
La polizia accende le luci blu e rosse.
Dico a Mary: “Ma sveglia quella… attraversa davanti alla polizia che fa inversione a U.”
Mary mi guarda:
“Sai dove va la polizia? A fare la multa alla macchina che non ha fatto passare la ragazza sulle strisce.”
Appunto.
Vedo tanti giovani e meno giovani mutilati.
Forse ci sono anche in Italia, ma con le protesi non si nota.
Qui sì. Qui si vedono.
Molti indossano abiti militari.
Vado a letto.
Arriva una notifica: domani esercitazioni. Di non preoccuparsi.
29 ottobre – L’appuntamento
Camminiamo in un parco.
Vedo coppie giovani. Mi immagino siano al primo appuntamento.
È romantico. Molto più che incontrarsi in discoteca.
Siamo in guerra, ma ci sono lavori in corso. Stanno sistemando una strada nel parco.
Resilienza.
Vedo una casa a forma di zucca.
Le stesse zucche che ho visto fuori da locali e negozi. I bambini le adorano per fare le foto.
Mi siedo e assaggio un liquore alla ciliegia, tipico.
Scende bene.
Nel parco una bambina raccoglie foglie.
Mi chiedo: perché proprio quella foglia su centomila?
Facciamo la fila per un croissant. Lviv Croissants, quelli che avevo scoperto a Cracovia.
Silenzio. Un bambino urla, poi si calma.
Profumi d’autunno. Entrano nel corpo e nella testa.
Pace.
E sono in un paese in guerra.
Pochi uomini camminano.
30 ottobre – Catrame
Entriamo in un bar in centro a Lviv dove i gatti comandano.
Mangiamo borsch, poi una salsa rosa con un po’ di senape che so già mi resterà in mente.
Borsch e Shuba : due piatti ottimi
Di fronte a me un uomo aspetta sconsolato a un tavolo di legno.
Forse costretto a portare la figlia a giocare con i gatti.
O forse ha pensieri che non c’entrano niente con i felini.
Mary oggi è in vena di complimenti.
Quando dico che non ho visto ragazze belle come lei, mi risponde:
“Svegliati, raviolo. Tutte le ragazze sono belle.” “Ho trovato un vero macarone”, dice.
Torniamo verso casa.
Vedo generatori ovunque.
Pochi fumano per strada.
Leggo le news: blackout programmati in tutto il paese. Generatori.
L’ascensore non funziona. Tutti per le scale.
Otto piani. È un buon modo per conoscere i vicini.
Prendo un taxi verso la stazione, controvoglia.
Guardo dove sono i rifugi. Non vorrei che qualcuno decidesse di bombardare proprio oggi la stazione di Lviv.
L’odore di catrame sui binari, colore pece, è pesante.
Come la mia mestizia.
Ci sono molti militari con macchinari per controllare i passaporti.
Tante giovani ragazze. Pochi uomini. Per lo più stranieri.
Vedo un treno per Zaporizha.
Scrivo a Mary: “Ma non è in guerra?”
“La regione sì. La città è Ucraina.”
Due stranieri si chiedono perché ci sia coda per salire.
Controllano i biglietti a terra, non sul treno. Cerco di spiegare.
Non sono l’unico non ucraino. Mi sento quasi esperto.
Salgo in treno. Prima classe poco diversa dalla seconda. Comunque piena.
Il controllo passaporti avviene in treno.
Primo passaggio. Chiudono i bagni. Segnano qualcosa su un foglio.
Poi chiedono i passaporti agli uomini.
Alcuni li ritirano.
Il mio italiano riceve un sorriso.
Finalmente a Przemyśl aprono le porte.
Un ragazzo porta dei fiori. Esistono ancora i romantici
Sono tra le prime carrozze, ma la fila è già lunga.
Vedo la bandiera europea su una porta a sinistra. Due persone saltano la fila.
Prendo coraggio. Salto la fila. Nessuno dice nulla.
La poliziotta polacca guarda il colore del mio passaporto.
Sorrido. Mi sorride.
Due minuti a passo veloce e sono in hotel.
Silenzio.
Tre piani a piedi.
31 ottobre – Resilienza
Viaggio verso Cracovia. Poi Budapest via Praga.
Penso: qual è il prossimo viaggio?
“Mary, andiamo a Praga?”
Guardo fuori dal finestrino di uno scompartimento vuoto.
Vuoto.
Cerco di capirne l’essenza mentre il sole mi colpisce in faccia.
Quanti viaggi ho fatto da giovane.
Il treno era parte della mia vita.
Il vetro è appannato.
Cosa mi porto da questo viaggio?
Resilienza.
Faccio qualche foto alla campagna.
I viaggi sono cambiati: il taccuino è diventato un tablet, il cavo USB è sempre appresso.
La testa è bassa sul telefono invece che alzata verso il finestrino.
Quanto mondo c’è fuori dal finestrino.
Terreni gialli e verdi, non pianeggianti.
Tolgo le cuffiette per sentire i rumori veri.
Sono bellissimi.
Piano piano il treno si riempie.
Non sono più solo.
Nel riflesso del tablet vedo il mio viso.
Mi sono tagliato la barba stamattina.
Le barbe ucraine sono diverse dalle nostre. Come gli occhiali che diventano scuri da soli.
Il treno si ferma ovunque. Anche dove sale una sola persona.
Il polacco è difficile. Ma la Polonia mi piace.
In aeroporto vedo un aereo ucraino fermo.
È lì dall’inizio della guerra. Li hanno spostati per salvarli.
Non ce l’hanno fatta con l’Antonov. Quello i russi lo hanno distrutto.
In guerra si brucia la storia. E i simboli.
L’aereo è bianco, freddo.
Solo una bandiera: blu e gialla.
In volo, sotto di me, pavimenti soffici di nuvole.
Chissà che paesi nascondono.
Poi nuvoloni grigi.
Poi la laguna di Venezia.
Arrivo a casa pensando a quello che ho visto.
E alla resilienza, che ho trovato in ogni persona.










